#71 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

Khaled Hosseini

MILLE SPLENDIDI SOLI

TRAMA

A quindici anni, Mariam non è mai stata a Herat. Dalla sua “kolba” di legno in cima alla collina, osserva i minareti in lontananza e attende con ansia l’arrivo del giovedì, il giorno in cui il padre le fa visita e le parla di poeti e giardini meravigliosi, di razzi che atterrano sulla luna e dei film che proietta nel suo cinema. Mariam vorrebbe avere le ali per raggiungere la casa del padre, dove lui non la porterà mai perché Mariam è una “harami”, una bastarda, e sarebbe un’umiliazione per le sue tre mogli e i dieci figli legittimi ospitarla sotto lo stesso tetto. Vorrebbe anche andare a scuola, ma sarebbe inutile, le dice sua madre, come lucidare una sputacchiera. L’unica cosa che deve imparare è la sopportazione. Laila è nata a Kabul la notte della rivoluzione, nell’aprile del 1978. Aveva solo due anni quando i suoi fratelli si sono arruolati nella jihad. Per questo, il giorno del loro funerale, le è difficile piangere. Per Laila, il vero fratello è Tariq, il bambino dei vicini, che ha perso una gamba su una mina antiuomo ma sa difenderla dai dispetti dei coetanei; il compagno di giochi che le insegna le parolacce in pashtu e ogni sera le dà la buonanotte con segnali luminosi dalla finestra. Mariam e Laila non potrebbero essere più diverse, ma la guerra le farà incontrare in modo imprevedibile. Dall’intreccio di due destini, una storia che ripercorre la storia di un paese in cerca di pace, dove l’amicizia e l’amore sembrano ancora l’unica salvezza.

RECENSIONE

Oggi vi voglio parlare di un libro pubblicato 15 anni fa ma che racconta una storia senza tempo e di grande attualità. Mille splendidi soli è il secondo romanzo dello scrittore americano, di origine afghana, Khaled Hosseini, autore del precedente bestseller “Il cacciatore di aquiloni”. La trama del libro è complessa e appassionante, intreccia le vite di due donne che conducono due esistenze completamente differenti, fino a quando non sono costrette a condividere lo stesso tetto e lo stesso uomo.

Mille splendidi soli riesce a trasmettere al lettore la paura e la vergogna ma anche la speranza che le cose possano migliorare fino ad arrivare al riconoscimento dei diritti della donna in un paese come l’Afghanistan. Un romanzo che tocca dal profondo l’animo umano tanto coinvolgente e crudo da far sentire sulla pelle i colpi delle fustigazioni e le offese ma anche speranzoso verso la possibilità di un cambiamento. Hosseini non solo presenta Laila e Mariam come l’una l’opposta dell’altra ma ci fornisce informazioni significative anche sugli uomini afghani, fortunatamente non tutti uguali, Rashid e Tariq, infatti, sono profondamente diversi: crudele e iracondo il primo, dolce e sensibile il secondo.

Con questo libro si entra in un mondo sconosciuto e in una concezione della donna che non può lasciare indifferenti. Hosseini mostra una straordinaria sensibilità nel raccontare una storia tutta al femminile, simbolo della dura realtà delle donne in quel Paese, sottomesse alla volontà maschile e maschilista e private dei più basilari diritti. Una pagina che purtroppo si sta riscrivendo da diversi mesi in Iran come in Afghanistan.

Leggendo questo libro ci si sente pervasi da un forte senso di rabbia, di frustrazione, di impotenza verso un modo dominato da soli uomini e divorato dalle guerre. E questo accade ancor di più se si pensa a quanto reali siano gli argomenti toccati.  Un libro drammatico, ma anche dolce e poetico, con protagoniste due donne coraggiose capaci di sopportare grandi sofferenze e in cui, nonostante tutto, la speranza accompagna fino alla fine.

Autore: Khaled Hosseini
Editore: Piemme 
Pagine: 432
Anno di prima pubblicazione: 2007
Genere: Romanzo
Età lettura consigliata: 18 +

CITAZIONI

“Una società non ha nessuna possibilità di progredire se le sue donne sono ignoranti.”

“Il solo nemico che l’Afghanistan non può sconfiggere è se stesso.”

“Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri.”

PS

#70 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

Luisa Staffieri

MAMMA NATALE

ovvero l’importanza di nascere donna

TRAMA

Cosa succederebbe se Babbo Natale improvvisamente si ammalasse la notte di Natale poco prima di cominciare il suo giro per la consegna dei regali ai bambini e alle bambine di tutto il mondo? Nulla perché con rapidità e perizia prenderebbe il suo posto Mamma Natale…

In questa ultima recensione del 2022, a differenza delle altre volte, non voglio svelare qualche dettaglio in più della trama del simpatico ed ironico racconto natalizio di Luisa Staffieri in cui le protagoniste sono Mamma Natale e una nuova super slitta.

Vi consiglio, invece, di sedervi su un tappeto o su un grande divano insieme a bambini e bambine e di immergervi nella dolcezza di questo libretto edito da Mammeonline.

RECENSIONE

Vi siete mai chiesto cosa cambierebbe se al posto di Babbo Natale a consegnare i doni fosse Mamma Natale? Immagino di no! Ma, secondo me, non cambierebbe nulla, o forse tutto. Nulla perché una Mamma Natale sarebbe perfettamente in grado di svolgere quel compito, tutto perché metterebbe nel suo lavoro le caratteristiche del genere femminile.

Siamo stati da sempre abituati e continuiamo ad abituare bambini e bambine alla figura di Babbo Natale; nell’immaginario comune, infatti, solo quell’omone vestito di rosso e con la lunga barba bianca può occuparsi di accontentare i fanciulli, ma in realtà avrebbe potuto essere anche Mamma Natale ad occuparsi dei doni senza essere meno capace.

Questo racconto divertente e leggero affronta il tema della differenza di genere: chi l’ha detto che Babbo Natale non possa essere sostituito da una donna? Esistono attività e mestieri da donna e attività e mestieri da uomo? Differenza di genere vuol dire poter fare le stesse cose ma in maniera diversa, l’importante è fare ciò che ci piace.

Mamma Natale è un libro per affrontare in modo spiritoso con i bambini e le bambine la questione degli stereotipi di genere e per capire e ragionare sul fatto che ognuno di noi ha pregi e difetti e che il modo migliore, a volte, è riderci un po’ su. Un buon modo per iniziare a parlare di argomenti di attualità e essenziali nella formazione e nella crescita di piccoli e piccole.

Buona lettura e serene Feste di fine anno!

Autrice: Luisa Staffieri
Editore: Mammeonline
Pagine: 36
Anno di prima pubblicazione: 2012
Genere: Narrativa per l’infanzia
Età lettura consigliata: 6+

CITAZIONI

Quell’anno era avvenuto il grande cambiamento. Babbo Natale (lasciatosi un po’ troppo condizionare dai suoi amici che lo schernivano spesso) aveva preso la grande decisione: avrebbe sostituito la mitica slitta trainata dalle sue amiche renne con l’ultimo esclusivo modello, appena uscito sul mercato, di slitta monovolume turbo jet VAR93.

Ma Babbo cominciò a sbottonarsi la giubba e a salire le scale, si infilò la camicia e si avviò per le scale, deciso a seppellirsi al caldo delle coperte.
Allora Mamma comprese che avrebbe dovuto fare qualcosa per correre ai ripari:
– Uomini!!!! Gran bella invenzione! – non poté fare a meno di dire.

Prima di salire a bordo della turboslitta, Mamma Natale aveva preso confidenza con i vari comandi. Leggendo con attenzione il libretto di istruzioni. Aveva visionato l’interno e si era resa conto che era davvero molto spaziosa, al che le era balenata nella mente un’idea che tra sé e sé aveva subito approvato…

#69 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

MARCEL PROUST

Il 18 novembre 1922, esattamente cento anni fa, moriva uno dei più importanti scrittori di tutti i tempi: 

Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust.

Figlio dell’alta borghesia parigina (la madre era la figlia di un ricco agente di cambio mentre il padre era rinomato medico), nasce il 10 luglio 1871 ad Auteil, alla periferia di Parigi. L’infanzia dello scrittore si svolge prevalentemente nella capitale francese, con ben poche concessioni alla fuga dalla città, se non durante il periodo estivo. E niente come questi momenti di svago potevano essere salutari al piccolo Marcel, affaticato da una salute malferma e fragile, oppresso dalla più tenera età da problemi respiratori. A ciò si aggiunga una non comune sensibilità interiore, subito colta dall’altrettanto sensibile madre (con cui Marcel instaurò un legame quasi morboso), che lo rendeva schivo e solitario, a dispetto del fratello Robert, certamente più solare e aperto.

Iscrittosi ad uno dei migliori licei della capitale, Marcel ha modo di entrare in stretto contattato con alcuni coetanei, rampolli delle famiglie-bene parigine, fra le quali si possono annoverare nomi di importanti politici del tempo. L’impatto per certi versi è positivo e con alcuni compagni stringe una sincera e duratura amicizia. D’altronde, è proprio al liceo che Proust, accanto alla vocazione letteraria, scopre il gusto, tutto letterario anch’esso, di entrare nei salotti parigini, rivelando una innata propensione alla vita di società ed una straordinaria capacità di affascinare quell’uditorio, magari un po’ frivolo, che di volta in volta si trovava ad affrontare.

I primi frutti dell’attività letteraria di Proust arrivano nel 1892, quando si inserisce come collaboratore nella rivista “Le Banquest”, fondata da un gruppo di amici, tra cui Jacques Bizet, Daniel Halévy, Robert Dreyfus e Leon Blum. Sono gli anni, fra l’altro, in cui scoppia il caso Dreyfus, il capitano ebreo arrestato con l’accusa di spionaggio e complicità con la Germania, un vero e proprio caso di linciaggio moderno a mezzo stampa. Proust, agli occhi della Storia, ha l’onore di essere fra quelli che difesero, oltretutto con grande energia, lo sfortunato capitano.

Nel 1896 esce il primo libro dello scrittore “I piaceri e i giorni”; si tratta di una raccolta di novelle; allo stesso tempo, però, si dedica anche alla stesura di un grande romanzo, rimasto incompiuto “Jean Santeuil”, vero e proprio canovaccio per la successiva, gigantesca, “Recherche”. Parallelamente a tutto ciò, non dimentica la prediletta pratica della critica letteraria, svolta con acume e gusto imepccabili.

Lo scoppio della prima guerra mondiale, nell’agosto del 1914, coinvolge e sconvolge il mondo e le amicizie di Proust; alcune delle persone a lui care muoiono al fronte; il fratello Robert è in prima linea come medico e rischia la vita in più di un frangente. A Parigi, Proust continua a lavorare al suo romanzo, apparentemente estraneo e indifferente alla tragedia che lo circonda, su cui invece lascerà delle pagine stupende ne “Il tempo ritrovato”. Da qui in poi, la vita sempre più segregata e solitaria di Proust sembra scandita solo dal ritmo della sua opera. I vari volumi escono con regolarità, accolti con attenzione dalla critica.

Proust, sempre più isolato, sta terminando la revisione definitiva della “Prigioniera” quando, nell’ottobre del 1922, si ammala di bronchite. Rifiutando qualsiasi assistenza medica, a dispetto delle insistenze del fratello Robert, cerca di resistere agli attacchi della malattia, particolarmente violenti e acuiti dall’asma, e continua la stesura della “Fuggitiva”, che riuscirà a portare a termine. Si spegne a Parigi il 18 novembre 1922.

ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO 

(À la recherche du temps perdu) 1909-1922

L’opera è suddivisa in sette volumi:

  • Dalla parte di Swann (1913)
  • All’ombra delle fanciulle in fiore (premio Goncourt, 1919)
  • I Guermantes (1920)
  • Sodoma e Gomorra (1921-1922)
  • La prigioniera (1923)
  • La fuggitiva o anche Albertine scomparsa (1925)
  • Il tempo ritrovato (1927)

In Dalla parte di Swann Proust ha inserito un vero e proprio “romanzo nel romanzo” con il titolo Un amore di Swann.

SINOSSI

Prima parte: La strada di Swann (1913) – Du côté de chez Swann
– in alcune traduzioni Dalla parte di Swann
Marcel, protagonista e narratore, assecondando fortuite associazioni della memoria, rievoca l’atmosfera di Combray, cittadina di provincia dove ha trascorso molte estati della sua infanzia negli anni 1883-92. Riemergono la figura della madre, della nonna, della zia Leonia e le lunghe passeggiate fino ai possedi-menti dei duchi di Guermantes, lontani e quasi irreali, o lungo la strada che porta dagli Swann. Qui in una casa circondata da un giardino straordinario in un’atmosfera quasi fiabesca vive Swann con la deliziosa Gilberte, primo amore di Marcel. Gilberte è figlia della ex cocotte Odette de Crécy e di Swann che l’ha sposata, scandalizzando la migliore società parigina.

Seconda parte: Un amore di Swann
– Con un salto temporale all’indietro (1877-78) e spaziale (Parigi) si racconta la violenta passione esasperata della gelosia di Swann per Odette. Lo sfondo è il salotto dei Verdurin, ricchi borghesi con aspirazioni intellettuali.

All’ombra delle fanciulle in fiore (1919) – À l’ombre des jeunes filles en fleurs
– Marcel racconta la sua adolescenza parigina, l’incontro con lo scrittore Bergotte e l’attrice Berma (1893-95). Durante l’estate si reca con la nonna a Balbec, grande spiaggia alla moda sulle coste della Normandìa, e qui conosce il giovane Robert de Saint-Loup, imparentato con i Guermantes, e suo zio il barone Charlus. Spenta ormai l’infatuazione per Gilberte fa amicizia con le “fanciulle in fiore” Andrée, Rosamonde e la bellissima Albertine Simonet (1887).

Guermantes (1920) – Le côté de Guermantes
Spesso tradotto La strada dei Guermantes – A Parigi Marcel, che lo ha lungamente desiderato, è finalmente introdotto nel mondo dei Guermantes, l’aristocratico mondo del Faubourg Saint-Germain. Conosciuto da vicino questo ambiente si rivela mediocre, privo di quell’aura fiabesca di cui l’aveva rivestito l’immaginazione, un mondo dove malignità e pettegolezzi s’intrecciano a discussioni di letteratura e politica. S’innamora della duchessa di Guermantes. Conosce la giovane attrice Rachel, amata da Robert e frequenta il salotto di Mme de Villeparis. Muore la nonna.

Sodoma e Gomorra (1921-1922) – Sodome et Gomorrhe
– Marcel rievoca il fascino e le ambiguità del mondo dell’aristocrazia parigina, testimoniandone la disgregazione. Apprende che Charlus è omosessuale e narra le vicende dell’amore di Charlus per il violinista Morel. In seguito ad un ritorno a Balbec l’amicizia per Albertine si trasforma in un’intensa passione, nonostante sospetti che anch’essa sia moralmente corrotta. Quando viene a sapere che Albertine ha avuto rapporti omosessuali con Mile Vinteuil decide di riportarla a Parigi (1887-1900).

La prigioniera (1923, postumo) – La prisonnière
– Albertine e Marcel vivono insieme a Parigi. Vittima di una morbosa gelosia, Marcel tiene Albertine quasi segregata in casa. La ragazza ha comunque una sua vita su cui Marcel cerca d’indagare. Il sospetto ch’ella ami le donne, le menzogne e le scenate di gelosia rendono la convivenza impossibile.

Albertine scomparsa (o La fuggitiva, 1925, postumo) – La fugitive o Albertine disparue
– Albertine fugge e muore per una caduta da cavallo. Marcel sprofonda in una dolorosa sofferenza fatta di ricordi da cui a fatica riesce a liberarsi, anche perché l’immaginazione alimenta una gelosia postuma. Ma il tempo cancella tutto e dopo un soggiorno a Venezia Marcel s’innamora di una giovane che scopre essere Gilberte. Questa sposa Saint-Loup.

Il tempo ritrovato (1927, postumo) – Le temps retrouvé
– Scoppia la prima guerra mondiale e nella Parigi bombardata l’ascesa degli arrivisti non ha limiti e Mme Verdurin, esempio di volgare snobismo, diviene principessa di Guermantes. Ritornato a Parigi, dopo alcuni soggiorni in una casa di cura, Marcel ritrova gli amici del passato quasi irriconoscibili per l’opera devastatrice del tempo. Durante un ricevimento a casa dei Guermantes circostanze fortuite destano in lui un vivo ricordo del passato, che gli procura sensazioni d’improvvisa felicità. Guidato da questa memoria involontaria Marcel decide di scrivere per ritrovare se stesso e il tempo perduto. La letteratura, che egli aveva considerato sin dalla giovinezza meta della sua esistenza, di-venta luogo privilegiato nel quale dare senso alla propria vita salvandola dell’oblio.

Collocata tra i più grandi capolavori universali della letteratura, oltre ad essere – a oggi – l’impresa letteraria più corposa al mondo, l’opera permette a Proust di ripercorre la propria vita e il tempo passato, cercando di riportarlo a sé attraverso il narrarne le tappe. Quello che più chiaramente emerge nel suo pensiero sono due tipi di memoria – strumento necessario a ritrovare il tempo perduto: quella volontaria e quella spontanea. Alla prima, si attinge riesumando ricordi, compiendo collegamenti, ragionando. La seconda è quella che in realtà ci restituisce vecchie sensazioni attraverso nuove sensazioni. Ovvero, un profumo, un sapore, possono riportarci indietro nel tempo facendoci rivivere qualcosa mediante i sensi, appunto.

Un’opera senza dubbio impegnativa, enciclopedica, immensa; un viaggio difficile che molti di noi hanno iniziato a compiere da giovanissimi lettori e lettrici, proprio perché l’Autore è inserito nel canone della letteratura mondiale, comparabile agli immensi e contemporanei James Joyce e Thomas Mann. Un linguaggio complesso, minuzioso e raffinato, una trama articolata e a tratti informe.

Eppure, con una lettura paziente, ci si accorge che Proust parla direttamente al lettore, non gli fornisce solo insegnamenti, conoscenze, rielaborazioni concettuali. Comunica con il pubblico che sa intercettare il suo ritmo, con disposizione d’animo e sensibilità.  Un ritmo a lui proprio, quello del pensiero, della memoria, dell’intimità. Un ininterrotto flusso di coscienza e un irrefrenabile gusto per la ricerca, per la scoperta.

NON SOLO MADELEINE…

E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? (Dalla parte di Swann)

Vidi gli alberi allontanarsi agitando disperatamente le braccia, come se dicessero: Quello che non riesci a sapere da noi oggi, non lo saprai mai più. Se ci lasci ripiombare in fondo alla strada dalla quale cercavamo di issarci fino a te, tutta una parte di te stesso che noi ti stavano portando cadrà per sempre nel nulla. […] ero triste come se avessi perduto un amico e fossi morto io stesso, come se avessi rinnegato un morto o, imbattutomi in un dio, non l’avessi riconosciuto. (All’ombra delle fanciulle in fiore)

Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto uno strumento ottico da offrire al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso . (Il tempo ritrovato)

Si ama solo ciò che non si possiede del tutto. (La prigioniera)

Una delle più recenti edizioni integrali:

Editore: Newton Compton Editori

Collana: Grandi tascabili economici. I mammut

Anno edizione: 2020

Pagine: 2608 

#68 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

Marco Amerighi

RANDAGI

TRAMA

A Pisa, in un appartamento zeppo di quadri e strumenti musicali affacciato sulla Torre pendente, Pietro Benati aspetta di scomparire. A quanto dice sua madre, sulla loro famiglia grava una maledizione: prima o poi tutti i Benati maschi tagliano la corda e Pietro – ultimogenito fifone e senza qualità – non farà eccezione. Il primo era stato il nonno, disperso durante la guerra in Etiopia e rimpatriato l’anno dopo con disonore. Il secondo, nel 1988, quello scommettitore incallito del padre, Berto, tornato a casa dopo un mese senza il mignolo della mano destra. Quando uno scandalo travolge la famiglia, Pietro si convince che il suo turno è alle porte. Invece a svanire nel nulla è suo fratello maggiore Tommaso, promessa del calcio, genio della matematica e unico punto di riferimento di Pietro; a cui invece, ancora una volta, non accade un bel niente. Per quanto impegno metta nella carriera musicale, nell’università o con le ragazze, per quanto cambi città e nazione, per quanto cerchi di tagliare i ponti con quel truffatore del padre o quella ipocondriaca della madre, la sua vita resta un indecifrabile susseguirsi di fallimenti e delusioni. Almeno finché non incontra due creature raminghe e confuse come lui: Laurent, un gigolò con il pallino delle nuotate notturne e l’alcol, e Dora, un’appassionata di film horror con un dolore opposto al suo. E, accanto a loro, finalmente Pietro si accende. Con una trama ricca di personaggi sgangherati e commoventi, e una voce in grado di rinnovare linguaggi e stili senza rinunciare al calore della tradizione, “Randagi” è un romanzo sulla giovinezza e su quei fragilissimi legami nati per caso che nascondono il potere di cambiare le nostre vite. Un affresco che restituisce tutta la complessità di una generazione: ferita, delusa e sradicata dal mondo, ma non ancora disposta a darsi per vinta.

RECENSIONE

Randagi è una storia in cui si muovono e finiscono per intrecciarsi diversi personaggi molto diversi tra loro e le loro vicende personali; ognuno di loro è in fondo un po’ irrisolto e alla ricerca di qualcosa o qualcuno, di una spiegazione o di un senso. C’è Pietro, che si sente in trappola e allo stesso tempo per niente degno dello spazio che gli è dato di occupare; ci sono Tommaso e Laurent, che agli occhi degli altri sembrano perfetti, ma che non fanno altro che cacciarsi nei guai o fallire solo per sentirsi di nuovo vivi; c’è Dora, che si mostra forte e sprezzante, eppure non sa come arginare quello spietato senso di colpa che la divora.

Questo libro può essere contemporaneamente considerato un romanzo di formazione, una storia d’amore, un romanzo generazionale nel quale l’autore si è soffermato sul rapporto genitori-figli e sul disagio giovanile contemporaneo. Il lettore non può restare indifferente di fronte al malessere che emerge prepotentemente nel libro e con difficoltà supera l’idea che tra genitori e figli sia possibile tanta distanza e tanta incomprensione.

Per i randagi, nulla può considerarsi acquisito una volta per tutte, ogni strada intrapresa non è quella giusta o quella davvero voluta. I randagi, in un mondo in cui è sempre più difficile trovare un posto, sono costretti a procedere per tentativi, cambiano spesso direzione all’improvviso, tornano sui loro passi e ricominciano.

Pietro Benati rappresenta bene questa inquietudine e questo smarrimento, è in perenne lotta per restare a galla e non commettere gli stessi errori dei suoi familiari. Lo vediamo spostarsi di luogo e cambiare direzione spesso nel corso della sua giovane vita nel tentativo di affermare se stesso, nel desiderio intimo e profondo di definirsi come essere umano al di là del legame di sangue, al di là del passato. Questa è l’essenza della storia di Pietro e di tutti coloro che gli graviteranno intorno, anche dei suoi lettori.

Randagi è un libro scritto in maniera molto semplice ma comunque interessante, leggerlo è piacevole ed intrigante, nonché fonte di riflessione.

Autore: Marco Amerighi
Editore: Bollati Boringhieri
Pagine: 400
Anno di prima pubblicazione: 2019
Genere: Romanzo
Età lettura consigliata: 18 +

CITAZIONI

“E pensò, anzi si augurò, era pur sempre l’ultima notte dell’anno, che non fosse lontano il giorno in cui le nuvole all’orizzonte si sarebbero schiuse e allora sarebbe stata soltanto luce.”

“Non hai mai l’impressione che sia tutto scritto e che l’unica cosa che ci resta da fare sia avanzare sui binari che qualcun altro ha costruito per noi?
A me capita così spesso che certe volte non capisco se sono io a vivere la mia vita o qualcun altro.”

Trovava insopportabile l’idea di scomparire. Su un ponte panoramico o tra le braccia di una sconosciuta, in un campo di battaglia o davanti a un motel per commessi viaggiatori, tutti i maschi della sua famiglia, prima o poi, tagliavano la corda; solo lui non riusciva a farsene una ragione. Possibile che nel loro sangue si tramandasse un gene che li obbligava a dileguarsi? “

#67 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

George Orwell

1984

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“Qual è la realtà? Chi controlla chi?”

TRAMA

È in questo celeberrimo romanzo che diventa espressione comune “Big Brother”, simbolo e sinonimo di un potere dittatoriale interessato al controllo totalitario dei sudditi. 1984 è l’ultima opera di Orwell (fu pubblicato nel 1949; l’autore sarebbe morto nel gennaio del 1950) e il suo classico per eccellenza. Romanzo distopico, vede la storia di una società futuristica e disumanizzata, rigidamente divisa in classi e dominata da un’ideologia perversa che sovverte i valori basilari della civilizzazione, come anche i cardini della comunicazione, primo tra tutti il linguaggio. È, paradossalmente, sia una visione apocalittica dell’evoluzione del socialismo agli occhi di un autore anarchico, sia una feroce critica di tutti i capitalismi, colpevoli di proporre propagandisticamente visioni distorte della realtà.

RECENSIONE

1984 è l’ultima opera pubblicata da George Orwell e probabilmente rappresenta il simbolo eterno del suo lavoro di pensatore, autore e scrittore. Questo romanzo è stato inserito di diritto tra le opere letterarie del Novecento e dell’epoca contemporanea.
L’attualità del messaggio è impressionante: l’autore conduce il lettore attraverso il labirinto di una società totalmente inventata, frutto della sua creatività, che richiama costantemente ed inevitabilmente gli orrori del suo tempo, legati alle atrocità delle due guerre mondiali e dei regimi totalitari della prima metà del Novecento.
Il pensiero profondo e brillante di Orwell accompagna il lettore in ogni riga del suo testo, offrendo un’immagine dettagliata ed evoluta dell’essere umano del prossimo futuro (nel 1984 e oltre), il quale inevitabilmente, secondo l’autore, non potrà sottrarsi ai mali delle guerre (sempre più gravi e minacciose) e alle crisi economiche e delle risorse di sussistenza che ne scaturiranno.
In buona parte della storia, il protagonista Winston è continuamente assoggettato al controllo di una figura misteriosa (una persona? Un essere virtuale?) che viene chiamato Big Brother, colui che vede e sente tutto, sul posto di lavoro come nelle abitazioni private e negli spazi pubblici aperti.
In questo senso, a parere di chi scrive, Orwell è riuscito ad intravedere, probabilmente in maniera molto tragica e catastrofica, la realtà che attualmente viviamo in questo secolo. Ciò chiaramente non vuol dire che le nostre società siano controllate da “Big Brother”, ma è palesemente evidente che molte delle nostre azioni, spesso involontariamente, siano controllate da dispositivi elettronici governati da algoritmi abbastanza sofisticati che hanno il compito di pilotare le nostre scelte di acquisto personali.
Sicuramente Orwell, quando nel 1948 si accingeva a scrivere la sua opera, non poteva immaginare il destino che sarebbe spettato al genere umano nel nuovo millennio. Ad ogni modo, credo che la sua immagine filosofica fosse talmente attuale e visionaria da aver anticipato di qualche decennio la composizione della struttura e lo sviluppo delle dinamiche di funzionamento delle società attuali.
Winston in questo contesto sociale si sente intrappolato ed è convinto che come lui ci siano altri esseri umani nella stessa condizione di disagio psicologico e di sofferenza continua. Il controllo esercitato dal Big Brother è totale, tanto da indurre Winston ad avere paura dei suoi stessi pensieri che potrebbero causargli l’internamento, la tortura e la morte.
Nonostante tutto, Winston non demorde e dimostra che la forza dell’essere umano sta nella capacità di adattarsi ad ogni contesto e situazione e, quando tutti i fattori in gioco lo permettono, di provare a cambiare seppur minimamente lo status quo.
Orwell ha voluto dimostrare che l’essere umano, anche nelle situazioni più tragiche e irrecuperabili, è in grado di affermare la propria umanità e la propria superiorità intellettiva per puro istinto di sopravvivenza o per amore di conservazione del genere umano.
Questo sarà possibile farlo fino alla fine dei nostri giorni? Solo chi ci succederà potrà dirlo. Noi saremo ormai storia.

Autore: George Orwell
Editore: Newton Compton Editori
Pagine: 384
Anno di prima pubblicazione: 1949
Genere: Romanzo
Età lettura consigliata: 18 +

“In fin dei conti, come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo”

“Confessare non è tradire. Non importa quello che dici o non dici, ciò che conta sono i sentimenti. Se riuscissero a fare in modo che io non ti ami più… quello sarebbe tradire”

“Tu pensi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente. Quando inganni te stesso e pensi di vedere qualcosa, tu presumi che tutti gli altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo.”

Bear Krustowsky

#66 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

Mario Desiati

SPATRIATI

TRAMA

Claudia è solitaria ma sicura di sé, stravagante, si veste da uomo. Francesco è acceso e frenato da una fede dogmatica e al tempo stesso incerta. Lei lo provoca: lo sai che tua madre e mio padre sono amanti? Ma negli occhi di quel ragazzo remissivo intravede una scintilla in cui si riconosce. Da quel momento non si lasciano più. A Claudia però la provincia sta stretta, fugge appena può, prima Londra, poi Milano e infine Berlino, la capitale europea della trasgressione; Francesco resta fermo e scava dentro di sé. Diventano adulti insieme, in un gioco simbiotico di allontanamento e rincorsa, in cui finiscono sempre per ritrovarsi. Claudia entra nella vita di Francesco in una mattina di sole, nell’atrio della scuola: è una folgorazione, la nascita di un desiderio tutto nuovo, che è soprattutto desiderio di vita. Cresceranno insieme, bisticciando come l’acqua e il fuoco, divergenti e inquieti. Lei spavalda, capelli rossi e cravatta, sempre in fuga, lui schivo ma bruciato dalla curiosità erotica. Sono due spatriati, irregolari, o semplicemente giovani.

RECENSIONE

Spatriati, dal dialetto di Martina Franca spatrièt, emigrati. Ma anche disorientati, inadeguati, sbagliati, mancati. Sono questi Claudia e Francesco, spatriati per cercarsi. Per capire chi si è, per scoprire l’infinita gamma di sé possibili che si possono abbracciare, è necessario lasciare il posto sicuro in cui si è cresciuti per entrare in un mondo ben più grande.  Francesco e Claudia: acqua e fuoco, pioggia e fulmini, freddo e caldo. Due personalità che più differenti non potrebbero essere, eppure, allo stesso tempo, intimamente affini; entrambi vengono considerati due irrisolti, inclassificabili, balordi, vagabondi e, probabilmente, dei liberati. Mario Desiati ci aveva già raccontato delle contraddizioni dell’animo umano e delle difficoltà di essere completamente liberi dai condizionamenti del proprio mondo di appartenenza in Ternitti e Il paese delle spose infelici e con questo libro ha vinto il Premio Strega 2022. Spatriati può essere tante cose: un romanzo di formazione, la storia di un’amicizia, un viaggio a tappe verso il Nord (prima Milano, poi Berlino), il ritratto di una generazione di espatriati che mescola l’emigrazione con la ricerca identitaria e con la scoperta di orientamenti sessuali alternativi, ma anche il riconoscimento nostalgico della difficoltà di lasciarsi alle spalle la provincia da cui si è partiti, quel Sud immobilista, ruvido e poetico in cui inizia la vicenda. Nel libro ritroviamo i conflitti, le indecisioni, le andate e i ritorni dei trentenni e dei quarantenni di oggi, una generazione di “giovani” la cui emigrazione, spogliata dell’epica e dall’ambizione di altre emigrazioni, nondimeno è un processo delicato, ambiguo. Per Francesco e per Claudia spatriare significa conquistare spazi di libertà e insieme allentare, senza mai sciogliere del tutto il legame con quei luoghi dai quali “non si può andar via senza graffi”.

Autore: Mario Desiati
Editore: Einaudi
Pagine: 288
Anno di pubblicazione: 2021
Genere: Narrativa italiana
Età lettura consigliata: 18 +

CITAZIONI

“A Martina quando vogliono sapere chi sei ti domandano schioccando le dita: “Come ti metti?”; quel metti include discendenza, appartenenza, stato e obiettivi, il modo di stare nello spazio e nel tempo, come ci mettiamo nella vita, col ginocchio piegato, pronti a scappare o a saltare”

“Prima di Claudia, la realtà era quella che ti raccontavano e non quella che vedevo. facevo parte del novero di quelli che si lasciano spingere dagli altri, dagli eventi, dalle prescrizioni, dai pregiudizi. I coniugi Veleno mi spingevano verso una vita senza smottamenti, tranquilla, il minimo necessario per non soffrire. A loro, in fondo, era andata bene così”

“[…] io non respiro qui. Voglio stare dove succedono le cose, e qui non succede niente, non imparo niente”

PS

#65 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

MAIGRET 1

Georges Simenon

Le prime cinque inchieste:

“Pietr il Lettone”, “Il cavallante della Providence”,

“Il defunto signor Gallet”,

“L’impiccato di Saint-Pholien” e “Una testa in gioco”

TRAME

La raccolta recensita in quest’articolo comprende le prime cinque inchieste del Commissario Maigret di Georges Simenon.

Si riportano sinteticamente di seguito le trame dei cinque racconti:

Pietr il Lettone

Alla Sûreté Général di Parigi giunge una serie di telegrammi provenienti dalla Commissione Internazionale di Polizia Criminale, che informano degli spostamenti attraverso l’Europa di Pietr il Lettone, un noto criminale internazionale specializzato in truffe, la cui destinazione è la capitale francese. Il commissario Maigret decide di recarsi alla Gare du Nord per intercettare il ricercato, di cui conosce solo il “ritratto parlato”. Alla stazione, presso il secondo binario, Maigret ritiene di individuare Pietr in un giovane uomo biondo in cappotto verde appena disceso dal treno “Stella del Nord”, proveniente da Bruxelles. L’uomo è accompagnato da tre portabagagli e da un rappresentante di un lussuoso albergo degli Champs-Élysées, l’Hotel Majestic. Tuttavia, quasi contemporaneamente viene ritrovato all’interno del treno il cadavere di un uomo che sembra corrispondere alla descrizione di Pietr. Spetta a Maigret risolvere il mistero…

Il cavallante della “Providence”

Presso la chiusa di Dizy, vicino alla città di Épernay, in una piovosa notte qualche ora prima dell’alba, un cavallante, frugando nella paglia della stalla in cui ha dormito, rinviene il cadavere di una donna strangolata. Il suo aspetto curato e il suo abbigliamento, più adatto a una serata mondana in città, contrastano in modo stridente con il luogo del ritrovamento.

La sera successiva giunge alla chiusa un battello da diporto capitanato da sir Walter Lampson, un colonnello inglese in pensione, che identifica la donna strangolata come sua moglie, Mary Lampson.

Maigret ha un caso difficile da risolvere…

Il defunto signor Gallet

Émile Gallet, domiciliato a Saint-Fargeau, viene trovato morto in una stanza d’albergo a Sancerre, apparentemente assassinato. Maigret si occupa dell’indagine che lo porta a scoprire la doppia vita del defunto: rappresentante di commercio agli occhi della moglie, Aurore Préjean, in realtà vive da anni di espedienti, con il nome di monsieur Clément, estorcendo piccole somme a qualche nostalgico dei Borbone, tra cui il castellano Tiburce de Saint-Hilaire, un agiato nobiluomo di Sancerre. Maigret sospetta di quest’ultimo come del figlio della vittima, Henry. Gallet era però ricattato da qualcuno che era a conoscenza della sua attività di scroccone. E a causa di una salute cagionevole, aveva stipulato un’assicurazione sulla vita a favore della moglie. Maigret sperimenta un nuovo metodo di indagine…

L’impiccato di Saint-Pholien

All’interno di un albergo di Brema, un uomo di nome Louis Jeunet (ma Maigret scoprirà che il suo vero nome è Jean Lecocq d’Arneville), si suicida sparandosi un colpo di pistola in bocca, quasi sotto gli occhi del commissario, che lo stava seguendo con lo stesso treno da Bruxelles. Un certo Joseph Van Damme si presenta all’obitorio, muovendo la curiosità del commissario, al quale, tornato a Parigi, rubano una valigia. L’inchiesta porterà Maigret a Reims, dove la vittima è stata vista di recente con un bancario, Maurice Belloir. Qui Maigret ritrova Van Damme, in compagnia di un fotoincisore, Jef Lombard, e di uno scultore, Gaston Janin, tutti come la vittima originari di Liegi (città natale di Simenon).

Un caso articolato per Maigret…

Una testa in gioco

Maigret decide di credere a Joseph Heurtin, un giovane condannato a morte per l’omicidio di due anziane donne a Saint-Cloud, che si è sempre ostinatamente dichiarato innocente. Il commissario, stanco e non più sicuro delle scelte effettuate durante l’indagine, riesce a convincere i propri superiori a organizzare un’evasione pilotata, perché il giovane lo conduca al vero colpevole. Maigret verrà continuamente sfidato sul terreno dell’astuzia da un antagonista inusuale, il cecoslovacco Jean Radek, personaggio complesso che lo incrocerà per tutta la durata dell’indagine. Il finale è rivelato nel lungo ed esaustivo racconto del commissario al giudice Coméliau.

RENCENSIONE

Georges Simenon è entrato di diritto nel canone della letteratura francese contemporanea grazie soprattutto all’originalità espressa nella sua vasta produzione narrativa e poliziesca. La critica letteraria non è stata mai benevola nei suoi confronti, perché la sua notorietà al grande pubblico è dovuta principalmente alla pubblicazione della serie dedicata al commissario Maigret.

Chiaramente questa recensione non ha l’intento di discutere sulla grandezza di Simenon e sul suo stile letterario. È palese, indipendentemente dal parere soggettivo, che Simenon è diventato nel corso del XX secolo uno degli autori più letti, tradotti e pubblicati in tutto il mondo (i suoi romanzi sono stati pubblicati in più di 40 Paesi).

La raccolta recensita è edita da Adelphi e raccoglie i romanzi che vengono considerati le prime cinque indagini del commissario Maigret. In ognuna di queste Simenon esprime, ad avviso di chi scrive, probabilmente cinque stili differenti di scrittura e di narrazione. Infatti, si passa dall’andatura lenta e profonda, rappresentativa di un flusso di pensiero intenso e introspettivo, ad una scrittura frizzantina e movimentata, dimostrata dalla presenza di numerosi dialoghi tra i personaggi e di cambi di scena continui.

Inoltre, a parere di chi scrive, si nota una differenza sostanziale in ognuno di questi cinque romanzi anche dal punto di vista del metodo di indagine provato e sperimentato da Maigret che è in continua evoluzione e, di racconto in racconto, si sperimenta, accresce e aiuta ad implementare la conoscenza del mondo circostante ed in particolare della natura umana degli assassini protagonisti.

Simenon dimostra chiaramente che il suo personaggio, ed anche i personaggi secondari, sono la costruzione riflessa del suo pensiero che matura e si sperimenta attraverso la scrittura e di conseguenza muta e non è mai simile a se stessa, come l’acqua che scorre nel letto di un fiume. Per tali motivi, è possibile affermare che i cinque romanzi hanno in comune solo pochi elementi essenziali:

il personaggio principale e l’autore.

Il resto è il frutto della creatività e della perfezione di pensiero dell’autore che grazie al suo talento innato riesce a trasportare il lettore in scenari abituali ed inusitati allo stesso tempo. Il lettore ha la sensazione di vivere realisticamente luoghi e città che non ha mai conosciuto personalmente, e soprattutto scopre inconsapevolmente la capacità di indagare insieme al Commissario per la risoluzione dei casi.

Ma ovviamente i casi li può risolvere solo Maigret…

Autore: Georges Simenon
Editore: Adelphi Edizioni
Pagine: 719
Anno di prima pubblicazione: 2019
Genere: Letteratura francese, poliziesco
Età lettura consigliata: 18 +

CITAZIONI

Da “Pietr il Lettone”

 “L’uomo non aveva fretta. Era seguito da tre portabagagli e preceduto dal rappresentante di un grande albergo degli Champs-Elysées che gli apriva ossequiamene la strada. “età apparente 32 anni, statura 1,69… seno dorso nasale…”. Maigret non si agitò. Cercò l’orecchio. E gli fu sufficiente. L’uomo in verde gli passò vicinissimo. Uno dei portabagagli urtò il commissario con una valigia. Nel medesimo istante uno degli addetti al treno si mise a correre, gridando in fretta qualche parola al collega che si trovava in testa al binario, vicino alla catenella che consentiva di sbarrare il passaggio. La catenella fu tirata ed esplosero le proteste. L’uomo con il cappotto verde era già all’ingresso. Il commissario fumava, con piccoli sbuffi affannati.”

Da “Il cavallante della Providence”

“Maigret era grande e grosso all’incirca quanto l’inglese. Al Quai des Orfèvres la sua calma era ormai leggendaria, ma questa volta la flemma del suo interlocutore lo innervosiva. Una flemma che, d’altra parte, sembrava regnare ovunque sullo yatch. Dal marinaio Vladimir fino alla donna che poco prima era stata svegliata in modo così brusco, tutti avevano la stessa aria apatica, assente. Sembrava gente tirata giù dal letto dopo una sbornia colossale. Un particolare fra tanti: mentre si alzava e si guardava attorno in cerca delle sigarette, la donna vide la fotografia che l’inglese aveva posato sul tavolo e che, nel breve tragitto del Café de la Marine allo yacht, si era tutta bagnata.”

Da “Il defunto signor Gallet”

“Maigret guardava appena. Era sicuro di dover tornare in quella stanza e preferiva lasciarsi impregnare dall’atmosfera. Anche lì cerco di immaginarsi emile Gallet seduto nella poltrona girevole davanti alla scrivania, su cui erano posati un calamaio di metallo bianco e un boccia di cristallo che serviva da fermacarte.”

Da “L’impiccato di Saint-Pholien”

“”Ci sono cinque bambini, in questa storia…”. Non furono nemmeno sicuri di aver inteso bene, perché il commissario aveva borbottato quelle parole per sé stesso, fra i denti. E ormai si vedeva solo la sua ampia schiena, il suo cappotto nero con il bavero di velluto che si allontanava.”

Da “Una testa in gioco”

“Sentendo bussa alla porta, il giudice si era messo sulla difensiva e aveva assunto un atteggiamento disinvolto. Ma non ce n’era bisogno. Maigret non si dava delle arie, non era trionfante e neppure ironico. Aveva semplicemente la faccia tirata di un uomo che ha appena ultimato un lavoro lungo e faticoso. “permette che fumi?… Grazie… Fa molto freddo, qui…”. E lanciò uno sguardo malevolo al termosifone, che nel suo ufficio aveva fatto eliminare per sostituirlo con una vecchia stufa di ghisa.”

Bear Krustowsky

#64 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

IL DOLORE PERFETTO

Ugo Riccarelli

Vincitore premio Strega 2004

TRAMA

Alla fine dell’Ottocento un uomo parte da una città del Sud per raggiungere Colle, un paesino toscano. È il Maestro, giovane anarchico che, in questo luogo insieme reale e fiabesco, decide di unire la propria vita a quella della vedova Bartoli. Dal loro amore nascono Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero: figli dai nomi carichi di speranza che dal padre erediteranno i sogni e la fede nell’utopia. A Colle vivono anche i Bertorelli, ricchi commercianti di maiali. Due famiglie che si uniscono quando la dolce e saggia Annina si innamora di Cafiero… Dagli ultimi anni dell’Ottocento alla fine del secondo conflitto mondiale, le vite dei protagonisti, i loro amori, le nascite, i sogni, i tradimenti e le riconciliazioni si intrecciano alle trasformazioni imposte dal progresso, dalle guerre, dalle lotte sociali in un romanzo che ha il profumo dei racconti ascoltati attorno al fuoco nelle sere d’inverno.

RECENSIONE

Ugo Riccarelli nasce a Torino nel 1954, fin da bambino soffre di problemi polmonari. Si laurea in filosofia presso l’università degli studi di Torino. Nel 1990 si sottopone in Inghilterra ad un doppio trapianto di cuore e polmoni, esperienza che segnerà la sua vita. Infatti, nel 1995 lo scrittore Antonio Tabucchi,lo convincerà a pubblicare il suo primo romanzo “Le scarpe appese al cuore” nel quale narra del dolore e della speranza del trapianto. Nel 2004 vince il premio Strega con “Il dolore perfetto”. Ugo Riccarelli muore nel luglio 2013 e poco dopo, nel mese di settembre, vince il premio Campiello con il romanzo “L’amore graffia il mondo”.

“Il dolore perfetto” è un romanzo storico ambientato in Toscana nel paese di Colle, è un affresco di un Italia che non c’è più. Si parte dallo sbarco di Pisacane per poi arrivare al secondo dopoguerra. E’ la storia di due famiglie: una anarchica (i Bartoli) e l’altra imprenditori di maiali (i Bertarelli). Colle è un paese lambito da un lago acquitrinoso il Padule, nel quale si specchiano le vicende dei personaggi del romanzo. Il primo personaggio ad apparire sulla scena è il maestro, giovane anarchico che da Sapri sbarca in questo paese un po’ reale e un po’ fiabesco e decide di unire la propria vita a quella della vedova Bartoli. Dal loro amore nascono Ideale, Mikail, Libertà e Cafiero i quali erediteranno dal padre i sogni e la fede nell’utopia. I Bertarelli, ricchi commercianti di maiali che da generazioni portano i nomi degli eroi omerici, si uniranno alla famiglia del maestro quando Annina si innamora di Cafiero. Per tutto il racconto le vite dei protagonisti,i loro amori le nascite, i tradimenti e le riconciliazioni si intrecciano alle trasformazioni imposte dal progresso, dalle guerre e dalle lotte sociali.

Ugo Riccarelli in questa narrazione scava nell’animo dei personaggi in maniera così umana e profonda fino a far emergere un dolore che rende ogni cosa diversa, un dolore assoluto e “perfetto”.

Un libro da leggere, soprattutto nelle giornate d’inverno per scaldarsi il cuore.

Autore: Ugo Riccarelli
Editore: Mondadori
Pagine: 336
Anno di prima pubblicazione: 2012
Genere: Romanzo
Età lettura consigliata: 18 +

CITAZIONI

“Forse fu semplicemente la costanza, la tenacia di un desiderio così forte da costringere le cose ad accadere e non viceversa”.

“I suoi figli furono persone, furono lo specchio nel quale raccontare sé stessa e crescere assieme a loro, attraverso gesti e parole, attraverso oggetti, ricordi e sensazioni, e li crebbe così, usando quella particolare attenzione che è l’amore, l’ascoltare ogni voce, il vento, il buio, l’attesa, l’infinito complesso di piccoli momenti preziosi…“.

EP

#63LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

IO POSSO. DUE DONNE SOLE CONTRO LA MAFIA

Pif e Marco Lillo

TRAMA

1990, Parco della Favorita, Palermo. Due donne, le sorelle Piliu, finiscono al centro di una tenaglia terribile: da una parte c’è la mafia, dall’altra lo Stato. La mafia le perseguita, lo Stato non le considera vittime.

La vicenda narrata riporta a galla una di quelle storie che accadono spesso ma che si tende a nascondere per paura di ritorsioni nei confronti di se stessi e dei propri cari. Quando, all’inizio della storia, alle due donne viene detto che quella che hanno considerato giustamente la loro casa di proprietà in realtà non gli appartiene più, queste decidono di ribellarsi. Per questo la stessa palazzina subisce gravi danneggiamenti negli anni seguenti per permettere la costruzione di un’altra struttura, perdendo il suo valore iniziale.

Rivolgersi al Tribunale ha consentito a Savina e Maria Rosa Piliu – dopo 30 anni – di vedersi riconosciute le proprie ragioni, ma la beffa è arrivata in seguito, giacché, sebbene sia stato riconosciuto loro un risarcimento per i danni subiti, non riceveranno mai quella somma perché il costruttore, nel frattempo, è stato condannato per reati di stampo mafiosi e lo Stato gli ha sequestrato tutto. Le ingiustizie purtroppo non finiscono qui, l’Agenzia dell’Entrate, infatti, ha chiesto alle sorelle Piliu, il 3% di quella somma che non riceveranno mai.

RECENSIONE

Nel mese in cui – il 23 maggio – ricorderemo i 30 anni dalla Strage di Capaci, vi voglio parlare di un libro che è uscito un anno fa ma che è attualissimo, un libro sul coraggio, sulla lotta contro l’ingiustizia e l’illegalità, sulla forza di due donne.

La storia delle due sorelle di Palermo racconta di una vicenda come certamente ne sono accadute molte nel nostro Paese, che però due autori come Pif e Marco Lillo, da sempre attenti alle problematiche sociali, hanno deciso di trasformare in un libro che possa divenire un messaggio per coloro che devono gestire condizioni di questo genere, soprattutto a livello istituzionale.

Pif e Marco Lillo, infatti, con un linguaggio volutamente semplice e concreto intrecciano la loro esperienza personale ed emotiva per raggiungere quell’angolo d’Italia dove si è consumato questo abuso a scapito della famiglia Pilliu nel corso degli anni: Palermo, Parco della Favorita. Ebbene, le sorelle Pilliu, che avrebbero ardentemente desiderato fare solo le commercianti di prodotti sardi, loro malgrado, intrecciano le loro esistenze con i vari Lo Sicco, Spatola, Provenzano, l’acme malavitosa di una Palermo circonfusa dagli affari di Cosa Nostra. Come se non bastasse incontreranno anche Paolo Borsellino, eroe nazionale.

Si tratta di un libro scritto a cuore aperto da un giornalista ed un videomaker che, un po’ per caso e un po’ per possibilità, hanno avuto l’onere e l’onore di far emergere l’ingiustizia perpetrata dalla mafia e poi dallo Stato a scapito di due cittadine oneste che, senza altri mezzi, non avrebbero potuto rendere manifesta la loro assurda vicenda.

Il libro ci fa riflettere su cosa avremmo fatto noi al posto delle sorelle Piliu, avremmo avuto lo stesso coraggio? Avremmo facilmente capito da che parte stare? E poi ci sprona a cambiare il finale della storia. Come? Pif, in occasione dell’uscita del libro, a proposito di un nuovo finale, ha detto durante le interviste: “Lo devono scrivere i lettori insieme a noi che cediamo i diritti alle sorelle per pagare la cartella esattoriale e per altre iniziative antimafia. Abbiamo tre obiettivi. Il primo è il minimo: pagare la cartella; il secondo è far conoscere questa storia in modo che quando altri giudici, quelli della commissione che delibera lo status di vittime di mafia, dovranno esaminare la richiesta delle Pilliu, non le trattino come una pratica. Infine, il terzo obiettivo è un sogno: ricostruire le casette per dimostrare che la legalità prevale e lo Stato non lascia sole le persone che si ribellano alla prepotenza. “Io posso” è una sorta di mantra a Palermo. Non importa cosa dice la regola, perché tanto “Io posso”. Le regole valgono solo per gli stupidi. “Io posso” sottintende sempre: “E tu no”. Ecco, a noi piace molto questa frase. La gridiamo a gran voce ma con un senso opposto. Io posso e tu no perché io sono lo Stato e tu no.” Semplice, basta sapere da che parte stare!

Autore: Pif e Marco Lillo
Editore: Feltrinelli
Pagine: 336
Anno di prima pubblicazione: 2021
Genere: Saggio
Età lettura consigliata: 18 +

CITAZIONI

“Negli anni Settanta, tre femmine senza alcuna parentela importante decidevano che nessuno poteva metter loro i piedi in testa. In una città difficile come la Palermo dell’epoca, era effettivamente un’eccezione.”

“Paolo Borsellino era umanamente interessato alle sorelle Pilliu. Nulla di strano per chi conosceva bene il giudice. Era normale per lui fermarsi ad ascoltare la povera gente che aveva problemi con la giustizia. Era il suo modo di essere magistrato.”

“Lo Stato alla fine siamo noi. Noi che scriviamo questo libro e voi che lo state leggendo.”

PS

#62 LA PIAZZA DEI BOOKLOVERS

La profezia dell’armadillo

Zerocalcare

TRAMA

L’opera è composta da storie di poche tavole l’una, per lo più autoconclusive, ma che messe insieme compongono un affresco più grande e complesso. Partendo dal momento in cui viene a sapere della morte di Camille, sua vecchia amica e primo grande amore, l’autore inframmezza flashback adolescenziali che descrivono la storia della loro amicizia a racconti della sua vita quotidiana da quasi-trentenne nella Roma degli anni duemila.

Nei diversi racconti è sempre affiancato dall’amico Armadillo, personaggio immaginario che incarna le sue paure e le sue insicurezze, oltre a diversi altri personaggi ricorrenti, fra cui gli amici Secco e Greta e i propri genitori rappresentati con le fattezze di Lady Cocca per la madre e di Mr. Ping per il padre.

RECENSIONE

Zerocalcare è letteralmente il fenomeno della fumettistica italiana degli ultimi dieci anni. Ed il successo è associabile in particolare alla graphic novel “La Profezia dell’Armadillo”, in quanto prima pubblicazione ufficiale dell’autore.

Grazie a questa prima pubblicazione, seguita da ben 24 ristampe ad oggi, Zerocalcare ha raggiunto un’ampia platea trasversale di lettori. Difatti, i suoi racconti riguardano direttamente o indirettamente la vita di chiunque si approcci alle sue graphic novel, poiché lo sguardo dello scrittore è rivolto all’introspezione del suo essere umano che attraversa la quotidianità “ordinaria” dei giorni che scorrono.

La migliore qualità di Zerocalcare, riconoscibile in tutti i suoi lavori, è probabilmente la capacità di illustrare, attraverso figure simboliche (l’amico immaginario Armadillo, la mamma chioccia, ecc.), e di descrivere il proprio ego in maniera talmente limpida e trasparente che è inevitabile sentirsi, da lettori, accumunati dalla stessa sorte in ogni azione che si compie o in cui siamo coinvolti.

L’autore restituisce attraverso dei dipinti impressionisti le ansie, lo stress, le elucubrazioni che ci accompagnano regolarmente durante il giorno e nel corso di tutta la vita.

L’armadillo svolge egregiamente questo ruolo di consigliere, di creatore di dubbi e di incertezza e allo stesso tempo di stimolatore e confortatore.

Zerocalcare in realtà riesce a dar vita fumettistica alle caratteristiche più recondite e intime dell’essere umano, dimostrando chiaramente e senza retorica tutta la fragilità che contraddistingue ognuno di noi. Fragilità che non è intesa solo in senso negativo, ma è spesso motivazione per migliorarci e adattarci per vivere e per sopravvivere dignitosamente anche agli eventi più brutti e ai periodi più bui.

La profezia dell’Armadillo è in realtà la scoperta del nostro essere e del nostro Io più intimo, spesso sconosciuto a noi stessi, in versione a volte critica, a volte buonista e a volte semplicemente realistica.

Autore: Zerocalcare
Editore: Bao Publishing
Pagine: 160
Anno di prima pubblicazione: 2017
Genere: Graphic Novel
Età lettura consigliata: 14 +

CITAZIONI

“Si chiama “profezia dell’armadillo” qualsiasi previsione ottimistica fondata su elementi soggettivi e irrazionali spacciati per logici e oggettivi, destinata ad alimentare delusione, frustrazione e rimpianti, nei secoli dei secoli. Amen”

“Capito? I videogiochi sono come il sogno americano. Lavora duro e avrai la tua villetta col barbecue. Non ci sono porte chiuse a priori. Per questo si mischiano con l’adolescenza.”

“Accanto a me c’è il mio amico Armadillo immaginario, che facilita la comprensione dei miei pensieri ed elucubrazioni.”

Bear Krustowsky